mercoledì 28 dicembre 2011

L’insostenibile leggerezza del natale

Alcuni mi hanno detto che era la lasagna vegetariana, altri i fritti di tradizione familiare, altri la nuova riforma: sta di fatto che questo natale è stato caratterizzato da una perenne pancia gonfia, dagli occhi tristi di un cane anziano e dalle chiacchiere di fronte a un camino. Un po’ come tutti gli altri, di natali. C’era chi tornava da immigrato a cittadino italiano, da parente in giro per l’Europa a criticone dei mali italiani, c’era chi era sempre rimasto in Italia, chi se ne voleva andare, e chi se ne faceva una ragione.  
La sera rotolavo nel letto e non riuscivo a prendere sonno. La pancia brontolava e mi immaginavo broccoli che si torcevano insieme a lasagne e torroni. Nel dormiveglia ho sognato di essere un babbonatale blu che inseguiva gli indiani. Ho ripassato tutte le barzellette che mi avevano insegnato durante il cenone, tutti i regali che avevo ricevuto, tutte le frasi fatte che avevo detto durante la vigilia. Ho fatto scorrere nella mia mente alcune cose che avevo visto: un paio di baffi, una coda di cavallo, due gatti paffuti, dei fumetti, le risate delle zie, una cravatta e una pentola wok piena di pomodori, gamberi e calamari.
Allora mi sono alzato dal letto, mentre tutti dormivano. C’era il russare sommesso di mio padre e le coperte appena mosse da mia madre. E una piccola collina di coperte bianche (di notte e forse per colpa della pancia gonfia, mi sembravano fatte di neve, neve soffice solcata da piccoli sciatori col berretto rosso e le facce sorridenti) mi lasciava intuire che sotto dormiva al caldo mio cugino. Sono sceso al piano di sotto, in cucina. E mi sono chiesto per quale motivo tutte le cucine sono fredde. Ho aperto il rubinetto e ho lasciato scorrere un po’ d’acqua (di notte e forse per colpa della pancia  gonfia, dei fritti e dei pandori, mi sembrava una piccola cascata di un fiume giapponese, dove piccoli omini nudi si facevano il bagno mangiando spaghetti, tofu e alghe trasparenti). Dalla finestra si vedeva la strada deserta, davvero natalizia, ho pensato, perché piccoli babbinatali finti erano attaccati alle finestre, costretti a rimanere nel gelo di un pesino del viterbese come (ho pensato forse per colpa della pancia, ma anche per il sonno che stava cominciando ad intorpidirmi la mente) tanti uomini in un campo di concentramento costretti a restare immobili in una neve senza fine. Ho riempito una tazza di acqua e sono rimasto immobile ad ascoltare il silenzio della casa. Vicino a me dormiva Irma, la cagna di mia zia, anziana e grigiastra, tutta avvolta nella sua cuccia. Tremava un po’, e con la mente ho provato ad intrufolarmi nei suoi sogni. Allora ho visto campi verdi e beccacce da cacciare, coccole sotto le grandi orecchie penzoloni e scodinzolate tra le zampe di altri cani.
Mentre fantasticavo e tenevo in mano la tazza piena di acqua fresca, mi accorsi di un bisbiglio continuo che proveniva da qualche parte. L’avevo sentito fin dall’inizio, da quando mi ero alzato dal letto, ma non ci avevo prestato attenzione. Ora ascoltavo solo quel suono. Lo distinguevo in mezzo ai rumori della notte. Erano come delle vocine sommesse e delicate. Mi affacciai alla finestra. Era tutto calmo e gelido come prima. Mi guardai intorno e vidi soltanto la cucina e la sala da pranzo immersa nel semibuio della notte e dei lampioni. Bevvi un goccio d’acqua, così, tanto per fare qualcosa, e intanto ragionavo. Cosa mi ricordava quel bisbiglio? Non l’avevo già sentito altre volte nella mia piccola vita? Guardai di nuovo alla finestra. Osservai con attenzione ogni angolo della strada, ogni macchina ricoperta di silenzio e di brina. Ogni tetto e ogni camino che ancora fumava. E poi le stelle come piccoli granelli di couscous in un cielo di caffè. Il bisbiglio continuava e io tenevo ancora in mano il bicchiere. Me ne ricordai e bevvi un altro sorso d’acqua continuando a guardare la notte fuori dalla finestra. I miei occhi caddero nuovamente su quei piccoli babbinatali destinati ad arrampicarsi per sempre nello stesso punto dello stesso balcone. D’un tratto mi accorsi che non erano affatto immobili. Erano loro a bisbigliare! Sì, li vedevo che muovevano le piccole bocche di feltro, e gesticolavano con i loro guanti rossi e ogni tanto muovevano anche la testolina e la barba di cotone! Posai il bicchiere e aprii la finestra.
“Ehi voi! Ma che fate lì? Di che parlate?”
Un babbo natale qualche balcone più in là girò la piccola testolina. Tutti gli altri babbinatali fecero lo stesso. Poi alzarono una manina e mi salutarono. Da lontano mi sembrò anche che stessero sorridendo, ma non ne ero sicuro. Alzai la mano e feci ciao ciao anche io, col sorriso da ebete.

1 commento:

  1. Trasognato e innocente, due cose che mi mettono sempre di buon umore quando ti leggo! Bravo!

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