giovedì 1 dicembre 2011

Una fetta di piede con marmellata

 
Porto il 46. Di scarpe, non che me lo porti in giro. Credevo che fosse un numero normale: in fondo, se sono alto 1 metro e 90 in qualche modo mi devo tenere in equilibrio su questo pianeta. A quanto pare, invece, c’è uno spettro che si aggira per l’Europa: un folto numero di stornzi a cui non  va giù che qualche altro loro simile possa indossare un paio di scarpe taglia 46. Anche perché loro, gente assolutamente non speciale, miseri portatori di taglie banalissime, non sanno che cosa significhi per noi acquistare un paio di scarpe: girare per giorni e giorni un numero spropositato di negozi, provarci pure dal gommista e in farmacia, per sentirsi dire inesorabilmente: “Mi dispiace, abbiamo solo fino al 45”, e doversi infine accontentare di scarpe simili a macchine per caffè, grandi e bitorzolute, simili a dei gessi con i lacci. 

L’altra sera mi sono ritrovato in mezzo ad un gruppo di 25 persone di cui circa sette italiane e le altre 18 di qualsiasi nazionalità possibie ed immaginabile. C’era anche una ragazza brasiliana con le spalle completamente scoperte e la gonna che le sfiorava il fondoschiena mentre noi la guardavamo con gli occhi sgranati e le sciarpe fin sul naso; c’era un tedesco o svizzero alto due metri e dieci e un belga logorroico, quattro ragazze di origine ignota che si muovevano sempre una appiccicata all’altra e di cui non sapevo distinguere le facce, e una francese che si è divorata 5 olive ascolane, due supplì, due fiori di zucca, uno spiedino, una pizza margherita e mezzo litro di rosso. Verso le undici di sera, quando avevamo tutti finito di mangiare e i proprietari del ristorante ci avevano cacciato in malo modo, tutti comunque sia allegri e contenti per la serata,  mi si avvicina una ragazza, amica di un nostro amico italiano ma che io vedevo per la prima volta. Mi chiede se le posso dare un passaggio. Vive vicino casa mia, acconsento. Cala un po’ di silenzio. Per sciogliere un po’ il ghiaccio decide di guardare le mie scarpe e urlare: “Telespalla Bob!”.

Il giorno prima un’altra simpatica ragazza, per me niente più che una conoscente, ancor prima di salutarmi, ancor prima di guardarmi negli occhi, ancor prima di capire chi fossi, indica sconvolta le mie scarpe e, mano davanti alla bocca e volto contratto dallo spavento esclama: “Aaaah! Pippo!”.

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