Da ieri ho cominciato a frequentare un corso per aspiranti insegnanti di italiano a stranieri. Tornato a casa dopo una giornata intensissima mi sono ricordato di: non aver guardato le scarpe di nessuno (tranne degli stivali di una ragazza stile Lara Croft), di aver sognato due amanti che erano amanti solo per fare aperitivi a Porto Fino, di aver detto il mio nome per presentarmi almeno trenta volte sorridendo e di averlo chiesto agli altri almeno altre trenta volte (sempre sorridendo), di essermelo scordato subito dopo che mi era stato detto sorridendo, di aver ascoltato un sacco di begli aneddoti, di aver visto una professoressa lanciare fuori dall’aula la sua borsa con dentro il cellulare che squillava , di aver visto poi la segretaria bussare alla porta e dire con la borsa in mano: “Ha chiesto di lei”
, di aver visto cinque ragazze divorarsi in modo vorace un panzerotto con fiori di zucca e mozzarella durante la pausa, di aver visto un pezzettino di panzerotto aggrapparsi all’apparecchio per i denti di una ignara frequentante del corso, di essermi immaginato la professoressa sdraiarsi improvvisamente in mezzo all’aula e fare l’angelo come sulla neve, di aver parlato davanti a quindici sconosciuti seduti in cerchio davanti a me tipo alcolisti anonimi e di non essermi sentito in imbarazzo (almeno credo), di aver assistito ad una di quelle lezioni alternative (in stile animatore di villaggi turistici) che ho sempre creduto di dover odiare durante la quale la professoressa ci ha fatto vagare per un quarto d’ora in un’aula grande quanto la mia camera e di averlo fatto tutti molto seriamente, come se fosse stata la cosa più importante della nostra vita, di aver conosciuto il sosia di Silvio Muccino e di averlo trovato odioso quanto lui, di aver visto una zampa di gallina ricoperta di sangue sulle scale della metro Bologna, di essermi inventato di lavorare in una libreria a Campo de’ fiori (sottolineando che il principale non è poi così male e che avevo paura che passare così tanto tempo in mezzo ai libri prima o poi me li avrebbe fatti odiare), di aver imparato che esistono persone molto vicine a me che sanno: fare danza terapeutica, parlare in swaili, cinese, indi e bengali, svolgere attività di volontariato e crescere allo stesso tempo una bambina a soli venti anni, scrivere in lingua elfica e laurearsi in ingegneria civile, mangiare vegano e utilizzare solo filtri per sigarette biodegradabili, parlare per ore di panzerotti, arancini, pizza e cammini spirituali a Santiago de Compostela.
Verso le sei di sera, quando il corso è finito, ho sceso le scale della metro e sono salito sul vagone. I passeggeri seduti davanti a me leggevano rispettivamente Aleksandr Isaevič Solženicyn, Pirandello e Pessoa. Mi sono appoggiato allo schienale e ho osservato le loro facce catturate da storie misteriose e mondi lontanissimi.


Ricordo il mese (per di più agosto!) passato alla Torre di B. faceva caldissimo eppure ogni mattina non vedevo l'ora di cominciare il corso, di stare nella classe e osservare i tanti visi differenti. Sfrecciavo con il pandino per le vie di Roma deserte, enormi, belle. La cosa che più mi meravigliava e che ancora mi meraviglia è vedere qualcuno così interessato a imparare la nostra lingua. Siamo cresciuti in un paese dove ci hanno insegnato a ridere di noi ma poche volte a essere fieri della nostra bellissima lingua (e qui mi fermo perchè il concetto di nazione, paese...non mi è mai piaciuto.)Tu, caro Luca mio, come me, avrai un importante compito se insegnerai l'italiano: diffondere quello che l'Italia è stata, è, e sarà. Nel bene e nel male. E ti assicuro che è un compito spesso commovente per la sua bellezza.
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