mercoledì 18 luglio 2012

Due uova di colori diversi


Si pulì il sedere con la carta igienica profumata, di quelle color rosa. Tirò lo sciacquone, si lavò le mani. Si guardò i capelli gialli, controllò gli eventuali brufoli e punti neri. Dillà c’era il ronzio delle chiacchiere della tv, quelle voci molto simili a borbottii. Dillà c’era anche Francesca che l’aspettava; probabilmente si era seduta sul divano e si stava mangiando le unghie o stava inviando un messaggio col cellulare. Mentre si passava il sapone tra le mani, formando delle bolle simili a bava, stilò un elenco neuronale del cibo rimasto in frigo. C’erano: due uova-di-chissà-quando, latte, tre cetrioli, del formaggio, un wurstel con qualche pelo di muffa, dei dadi per il brodo e il manoscritto del seicento.


Invece Francesca era rimasta in piedi e non aveva inviato nessun messaggio. Si era guardata le scarpe sporche di terra, aveva  passato il tempo separandosi le doppie punte dei capelli (doveva andare dal parrucchiere, ma solo pensarlo era una tortura cinese).

-Che fai?

-Niente, tu?

-Niente.

-Ho un po’ di fame…

-Oh certo certo. Ora ti preparo qualcosa.

-Apparecchio intanto?

-Come vuoi.

Andò in cucina e diede un’occhiata dentro al frigo. Più che un’occhiata era un barlume di speranza- l’aria gelida del frigo e il suo lento ronzio e la luce pallida appena nascosta dal pacchetto dei dadi la colpirono in faccia e sul seno che in quella posizione pendeva scoperto dalla maglietta e subiva anche lui le variazione climatiche. Niente di niente, pensò, neanche la pasta o dei maledetti chicchi di riso…

-Ti piacciono i cetrioli?

Le parve di sentire un: “sì, mi piace tutto, lo sai”.

-E le uova al tegamino?

Anche, disse Francesca urlando dall’altra stanza, che era il salotto ma aveva un bel tavolo di legno e veniva utilizzato per mangiare.

Era madida di sudore, come un terreno di un metro e sessantasette appena bagnato da un’improvvisa pioggia estiva. Tirò fuori il pelacarote che divenne un pelacetrioli, li tagliò uno ad uno a rondelle (erano solo tre), li fece rotolare dentro una ciotola e li condì con olio, sale e origano, aprì le uova e le rovesciò con delicatezza in un pentolino dove tre gocce di olio saltellavano per il calore. Anche l’albume e il tuorlo dell’uovo cominciarono a rimbalzare e poi a solidificarsi piano piano fino ad indorarsi nei lati.

-Che strane le uova, vero?

-Cosa?-, urlò dal salotto Francesca.

-Niente, niente…

-Cosa, non ti sento!

Non era grande la casa, eppure le voci  non arrivavano proprio. Francesca apparve all’ingresso della cucina.

-Mi hai chiesto qualcosa?-, disse, scostandosi i capelli dalla fronte.

-Niente niente, parlavo delle uova.

-E cosa dicevi delle uova?

-Niente, che sono strane.

-Perché?

-Prima sono liquide e trasparenti ma poi diventano bianche e gommose… e c’è quella strana cosa arancione al centro. Se penso che da quel coso dovrebbe uscirci fuori un pulcino mi viene da vomitare.

Spense la fiamma sotto il pentolino e mise le uova nei piatti. Esalavano un leggero fumo trasparente visibile solo in controluce. Portarono in tavola i piatti, la bacinella con i cetrioli conditi, l’acqua. Non c’era neanche il pane.

-Non sapevo che saresti venuta, avevo solo questo ne frigo.

-Ma va benissimo, tranquilla.

-È che più tardi devo fare la spesa quindi aspettavo di finire tutto…

Si ficcò un pezzo di albume gommoso e tirò su col naso.

-Uh, ho scordato il sale, che stupida!

Si alzò per andare a prendere il sale e Francesca osservò la sua schiena e i suoi lunghi capelli gialli ondeggiare. Da dietro sembra molle, pensò, non mi viene in mente nessun altro aggettivo per descriverla. Tornò col sale, ma stranamente si scordò di utilizzarlo: lo posò sul tavolo e si rimise a mangiare tranquillamente, come se l’uovo magicamente avesse acquistato sapore. Sta di fatto che rimase lì immobile e inutilizzato, quel barattolo di sale, per tutta la durata del pranzo. Silenzioso e alto tredici centimetri, le osservò in silenzio mentre masticavano cetrioli e non proferivano parola. Ogni tanto qualche nuvola passeggera copriva il sole e un ombra indecisa entrava come un fantasma dentro il salone passando dalla finestra appena accostata. In quei momenti l’albume dell’uovo nei loro piatti o infilzato nelle forchette diventava grigio e il verde pallido dei cetrioli diventava ancora più invisibile e inconsistente e i capelli di Maria passavano dal giallo all’oro sbafato. Insomma quell’ombra cambiava i colori ed era irritante.

-Finito.

-Anche io.

-…

-Era tutto molto buono, grazie.

-Non so cosa mangi tu di solito ma l’aggettivo ‘buono’ con tanto di superlativo era davvero fuori luogo per questi due cetrioli.

-No, davvero, dico sul serio.

-…-, Maria si passò la mano tra i capelli e si sforzò di sorridere. Un po’ di silenzio tra loro e, da fuori, passando dalla finestra, entrò il rumore di un aereo.

-Allora?

-Oggi è il mio compleanno.

-Cosa?

-Oggi è il mio compl-

-Ma perché diavolo non me l’hai detto prima?

-E che ne so mica potevo dirti: “ciao non ci vediamo da dieci anni, l’ultima volta che ci siamo viste abbiamo scopato in riva al mare e poi ci siamo picchiate davanti a tutte e ora sembriamo tutte e due più vecchie di cent’anni e non abbiamo più nulla da dirci, ah ma lo sai che oggi è il mio compleanno?”, no, non mi sembrava il caso.

-E allora perché ora me l’hai detto? E poi non è vero che sembriamo invecchiate…

-Te l’ho detto perché erano passati più di venti secondi di silenzio, Maria.

Maria si alzò improvvisamente e cominciò a sparecchiare. Impilò i due piatti in una mano e quasi senza pensarci posò sopra le posate e i bicchieri e con l’altra mano prese la brocca dell’acqua e andò a posare tutto in cucina. Lanciò i piatti sul lavabo, un mosca le ronzava vicino all’orecchio. La scacciò con un gesto improvviso e nella foga sbatté una mano contro lo sportello della dispensa, disse qualche parolaccia ad alta voce e si mise a lavare i piatti con violenza. Si scordò di utilizzare il sapone. Le nuvole passavano ogni tanto a coprire i sole e i colori cambiavano in fretta e all’improvviso. Francesca si guardava le scarpe sporche di terra e si mangiava le unghie. Perché era tornata? Le sue scarpe passarono dal rosso natalizio al sangue sporco.

-Posso fumare?-, disse ad alta voce per farsi sentire. Non riuscì a sentire la risposta ma si accese comunque una sigaretta. Il fumo era un vortice che usciva dalla sua bocca, saliva fino al soffitto e si appiattiva formando una nube grigia di tabacco.

-Ma ti ho detto di non fumare!-, Maria sbucò dalla cucina con un canovaccio per asciugarsi le mani.

-Scusa non avevo sentito… la spengo subito…

-Dai non fa niente, fai pure.

Le avvicinò un posacenere, ma Francesca spense la sigaretta.

-Ma che fai…?

-Prepari il caffè?

Il fumo passò da grigio a bianco. La faccia di Maria da rosa a marrone chiaro. I suoi capelli, ora che la nuvola li oscurava, sembravano fatti di monete da venti centesimi. Andò dillà a preparare i caffè e Francesca rimase nuovamente da sola. Solo ora si accorse di non essersi mai guardata intorno da quando era entrata. C’era la tv (che Maria aveva spento), un mobile di legno mangiato dalle tarme, un paio di riviste, delle forcine, una lampada brutta, una poltrona ex bianca, delle pantofole in castigo vicino alla finestra, un quadro di Ikea, e il telefono verde-poi color cacca di mucca- poi verde- poi color cacca di mucca, e un paio di libri sul giardinaggio. La moka fece le fusa e sbuffò un vaporoso fumo grigio e l’odore di caffè. Maria lo versò in due tazzine e le portò in salotto.

-Vuoi lo zucchero?

-Non pensavo che te ne saresti scordata, ti arrabbiavi così tanto…

-Ma di cosa?

-Del fatto che lo bevo amaro, Maria. Mi dicevi: ma come fai, fa schifo il caffè amaro, ma come fai e bla bla bla.

-Quanto la fai lunga.

Sorseggiarono in silenzio e si guardarono negli occhi color marrone nero marrone nero marrone ne

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