Si
pulì il sedere con la carta igienica profumata, di quelle color rosa. Tirò lo
sciacquone, si lavò le mani. Si guardò i capelli gialli, controllò gli
eventuali brufoli e punti neri. Dillà c’era il ronzio delle chiacchiere della
tv, quelle voci molto simili a borbottii. Dillà c’era anche Francesca che
l’aspettava; probabilmente si era seduta sul divano e si stava mangiando le
unghie o stava inviando un messaggio col cellulare. Mentre si passava il sapone
tra le mani, formando delle bolle simili a bava, stilò un elenco neuronale del
cibo rimasto in frigo. C’erano: due uova-di-chissà-quando, latte, tre cetrioli,
del formaggio, un wurstel con qualche pelo di muffa, dei dadi per il brodo e il
manoscritto del seicento.
Invece
Francesca era rimasta in piedi e non aveva inviato nessun messaggio. Si era
guardata le scarpe sporche di terra, aveva
passato il tempo separandosi le doppie punte dei capelli (doveva andare
dal parrucchiere, ma solo pensarlo era una tortura cinese).
-Che
fai?
-Niente,
tu?
-Niente.
-Ho
un po’ di fame…
-Oh
certo certo. Ora ti preparo qualcosa.
-Apparecchio
intanto?
-Come
vuoi.
Andò
in cucina e diede un’occhiata dentro al frigo. Più che un’occhiata era un
barlume di speranza- l’aria gelida del frigo e il suo lento ronzio e la luce
pallida appena nascosta dal pacchetto dei dadi la colpirono in faccia e sul
seno che in quella posizione pendeva scoperto dalla maglietta e subiva anche
lui le variazione climatiche. Niente di niente, pensò, neanche la pasta o dei
maledetti chicchi di riso…
-Ti
piacciono i cetrioli?
Le
parve di sentire un: “sì, mi piace tutto, lo sai”.
-E
le uova al tegamino?
Anche,
disse Francesca urlando dall’altra stanza, che era il salotto ma aveva un bel
tavolo di legno e veniva utilizzato per mangiare.
Era
madida di sudore, come un terreno di un metro e sessantasette appena bagnato da
un’improvvisa pioggia estiva. Tirò fuori il pelacarote che divenne un pelacetrioli,
li tagliò uno ad uno a rondelle (erano solo tre), li fece rotolare dentro una
ciotola e li condì con olio, sale e origano, aprì le uova e le rovesciò con
delicatezza in un pentolino dove tre gocce di olio saltellavano per il calore.
Anche l’albume e il tuorlo dell’uovo cominciarono a rimbalzare e poi a
solidificarsi piano piano fino ad indorarsi nei lati.
-Che
strane le uova, vero?
-Cosa?-,
urlò dal salotto Francesca.
-Niente,
niente…
-Cosa,
non ti sento!
Non
era grande la casa, eppure le voci non
arrivavano proprio. Francesca apparve all’ingresso della cucina.
-Mi
hai chiesto qualcosa?-, disse, scostandosi i capelli dalla fronte.
-Niente
niente, parlavo delle uova.
-E
cosa dicevi delle uova?
-Niente,
che sono strane.
-Perché?
-Prima
sono liquide e trasparenti ma poi diventano bianche e gommose… e c’è quella
strana cosa arancione al centro. Se penso che da quel coso dovrebbe uscirci
fuori un pulcino mi viene da vomitare.
Spense
la fiamma sotto il pentolino e mise le uova nei piatti. Esalavano un leggero
fumo trasparente visibile solo in controluce. Portarono in tavola i piatti, la
bacinella con i cetrioli conditi, l’acqua. Non c’era neanche il pane.
-Non
sapevo che saresti venuta, avevo solo questo ne frigo.
-Ma
va benissimo, tranquilla.
-È
che più tardi devo fare la spesa quindi aspettavo di finire tutto…
Si
ficcò un pezzo di albume gommoso e tirò su col naso.
-Uh,
ho scordato il sale, che stupida!
Si
alzò per andare a prendere il sale e Francesca osservò la sua schiena e i suoi
lunghi capelli gialli ondeggiare. Da dietro sembra molle, pensò, non mi viene in mente nessun altro aggettivo per
descriverla. Tornò col sale, ma stranamente si scordò di utilizzarlo: lo posò
sul tavolo e si rimise a mangiare tranquillamente, come se l’uovo magicamente
avesse acquistato sapore. Sta di fatto che rimase lì immobile e inutilizzato,
quel barattolo di sale, per tutta la durata del pranzo. Silenzioso e alto
tredici centimetri, le osservò in silenzio mentre masticavano cetrioli e non
proferivano parola. Ogni tanto qualche nuvola passeggera copriva il sole e un
ombra indecisa entrava come un fantasma dentro il salone passando dalla
finestra appena accostata. In quei momenti l’albume dell’uovo nei loro piatti o
infilzato nelle forchette diventava grigio e il verde pallido dei cetrioli
diventava ancora più invisibile e inconsistente e i capelli di Maria passavano
dal giallo all’oro sbafato. Insomma quell’ombra cambiava i colori ed era
irritante.
-Finito.
-Anche
io.
-…
-Era
tutto molto buono, grazie.
-Non
so cosa mangi tu di solito ma l’aggettivo ‘buono’ con tanto di superlativo era
davvero fuori luogo per questi due cetrioli.
-No,
davvero, dico sul serio.
-…-,
Maria si passò la mano tra i capelli e si sforzò di sorridere. Un po’ di
silenzio tra loro e, da fuori, passando dalla finestra, entrò il rumore di un
aereo.
-Allora?
-Oggi
è il mio compleanno.
-Cosa?
-Oggi
è il mio compl-
-Ma
perché diavolo non me l’hai detto prima?
-E
che ne so mica potevo dirti: “ciao non ci vediamo da dieci anni, l’ultima volta
che ci siamo viste abbiamo scopato in riva al mare e poi ci siamo picchiate
davanti a tutte e ora sembriamo tutte e due più vecchie di cent’anni e non
abbiamo più nulla da dirci, ah ma lo sai che oggi è il mio compleanno?”, no,
non mi sembrava il caso.
-E
allora perché ora me l’hai detto? E poi non è vero che sembriamo invecchiate…
-Te
l’ho detto perché erano passati più di venti secondi di silenzio, Maria.
Maria
si alzò improvvisamente e cominciò a sparecchiare. Impilò i due piatti in una
mano e quasi senza pensarci posò sopra le posate e i bicchieri e con l’altra
mano prese la brocca dell’acqua e andò a posare tutto in cucina. Lanciò i
piatti sul lavabo, un mosca le ronzava vicino all’orecchio. La scacciò con un
gesto improvviso e nella foga sbatté una mano contro lo sportello della
dispensa, disse qualche parolaccia ad alta voce e si mise a lavare i piatti con
violenza. Si scordò di utilizzare il sapone. Le nuvole passavano ogni tanto a
coprire i sole e i colori cambiavano in fretta e all’improvviso. Francesca si
guardava le scarpe sporche di terra e si mangiava le unghie. Perché era
tornata? Le sue scarpe passarono dal rosso natalizio al sangue sporco.
-Posso
fumare?-, disse ad alta voce per farsi sentire. Non riuscì a sentire la
risposta ma si accese comunque una sigaretta. Il fumo era un vortice che usciva
dalla sua bocca, saliva fino al soffitto e si appiattiva formando una nube
grigia di tabacco.
-Ma
ti ho detto di non fumare!-, Maria sbucò dalla cucina con un canovaccio per
asciugarsi le mani.
-Scusa
non avevo sentito… la spengo subito…
-Dai
non fa niente, fai pure.
Le
avvicinò un posacenere, ma Francesca spense la sigaretta.
-Ma
che fai…?
-Prepari
il caffè?
Il
fumo passò da grigio a bianco. La faccia di Maria da rosa a marrone chiaro. I
suoi capelli, ora che la nuvola li oscurava, sembravano fatti di monete da
venti centesimi. Andò dillà a preparare i caffè e Francesca rimase nuovamente
da sola. Solo ora si accorse di non essersi mai guardata intorno da quando era
entrata. C’era la tv (che Maria aveva spento), un mobile di legno mangiato
dalle tarme, un paio di riviste, delle forcine, una lampada brutta, una
poltrona ex bianca, delle pantofole in castigo vicino alla finestra, un quadro di
Ikea, e il telefono verde-poi color cacca di mucca- poi verde- poi color cacca
di mucca, e un paio di libri sul giardinaggio. La moka fece le fusa e sbuffò un
vaporoso fumo grigio e l’odore di caffè. Maria lo versò in due tazzine e le
portò in salotto.
-Vuoi
lo zucchero?
-Non
pensavo che te ne saresti scordata, ti arrabbiavi così tanto…
-Ma
di cosa?
-Del
fatto che lo bevo amaro, Maria. Mi dicevi: ma come fai, fa schifo il caffè
amaro, ma come fai e bla bla bla.
-Quanto
la fai lunga.
Sorseggiarono
in silenzio e si guardarono negli occhi color marrone nero marrone nero marrone
ne

Bello e puro. Mi Piace, Bravo Lucaaaaaaaa! :)
RispondiEliminaGrazi!! Sono contento che ti sia piaciuto :)
EliminaE' molto bello!scrivi molto bene complimenti!
RispondiEliminaGrazie mille :)
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