sabato 2 giugno 2012

La novantenne signorina del call center

“Una vita a svegliarsi alle sette e un quarto e a sentire il susseguirsi delle stagioni attraverso il freddo che si insinua tra gli spifferi della finestra”
“…almeno fin quando non avreste deciso di mettere gli infissi.”
Ci sono due minuscole tazzine di caffè e delle briciole sul tavolo, ossia tracce di biscotti secchi mangiati poco prima. Ci sono due tv accese, una in salone e una in un dillà della casa, dovunque esso sia. C’è la luce che entra dalla finestra a vetri, che dà  su un balcone, che dà su un vuoto, che dà sulla strada. Ci sono lei coi capelli tenuti fermi da una matita, e lui con le mani prese da un tremore cronico che fa tintinnare il cucchiaino sulla tazzina semivuota di caffè quando tenta di berne un sorso. C’è un gatto che fa le fusa tra le loro gambe.

“Vieni qui, Sentinella, vieni…”
“Ma che razza di nome gli avete dato a quel povero gatto…”
Il signore anziano tira fuori un fazzoletto dalla taschina della sua camicia a maniche corte e si asciuga le lacrime che, non si sa perché, i suoi occhi hanno cominciato a produrre incessantemente da un po’ di anni. Una mosca si aggira per la stanza, ma nessuno la vedrebbe se non facesse tutto quel casino con le ali.
“…sta di fatto che la guerra ha cambiato tutto questo, Mariù… tutto quel peso di ogni giorno che nessuno sopportava più. E siamo stati tutti imbecilli, incapaci di capire che la cura non sarebbe stata la guerra.”
Mariù con fatica prende in braccio  il grosso gatto che continua a fare le fusa come una macchinetta del caffè.  Mariù pensa che se lo avessero saputo, che la guerra non era la soluzione, ci sarebbe stato comunque qualcuno dopo di loro che avrebbe voluto togliersi lo sfizio disgustoso di provarlo con i fatti. Ma rimane in silenzio, accarezzando dolcemente il gatto che annusa alcune briciole cadute sul tavolo. La voce del signore è tremante e rauca, come se dovesse tossire da un momento all’altro. Ma non lo fa mai e questo a lungo andare un po’  infastidisce Mariù. Vorrebbe dirgli: “Ti prego tossisci, butta fuori quel catarro, è fastidiosissimo sentirlo bloccarsi nella tua gola e non poter fare niente!”, ma ovviamente non dice nulla. Il vecchio è perso tra i ricordi, come tutti i vecchi come si deve.
“…pensa che ti dovevi nascondere, insieme a tutti i vicini di casa e di isolato, dentro queste grotte vicino al paese, lasciando nelle case tutte le proprie cose. Dovevi stare tutte quelle ore in mezzo a gente con cui non volevi stare, condividere con loro l’intimità che avresti voluto che rimanesse intima. Col tempo avevamo perso qualsiasi pudore, e c’era anche chi faceva le scoregge davanti a tutti.”
“Ma che cosa dici, nonno?”
“Sì. Io non arrivai mai a tanto, era troppo umiliante. Ma c’era chi non credeva più a nulla, se non alla disperazione di sopravvivere ogni giorno, cosa gli poteva importare di questi inutili pudori che sembravano improvvisamente così assurdi in una situazione simile?”
Squilla il telefono come un suono fastidioso proveniente da un’altra epoca. Mariù posa il gatto per terra, che miagola un po’.
“Pronto? ….sì sono io, buongiorno… sta qui. Glielo passo?... penso di sì… un attimo”
La mosca si posa su una tazzina, probabilmente succhia un po’ di caffè o un minuscolo granello di zucchero. Il vecchio afferra la cornetta con la sua mano tremante e  percorsa da rughe e vene verdastre. Mariù nota anche molti nei o macchie che costellano quella pelle grinzosa. Il nonno di Mariù parla le ore al telefono. Quando comincia non finisce più. Cambia anche il tono della voce, diventa più dolce e impostata, buffamente simile a quella delle donne dei call center o dei numeri per chiedere informazioni. Parla, parla, parla. Quando erano piccoli lei e i suoi cugini, nei lunghi e noiosissimi pomeriggi che passavano col nonno, mentre lui era occupato a borbottare qualcosa al telefono, qualcosa che per loro stranamente sembrava incomprensibile, facevano il Gioco del Massaggio. Circondavano il nonno attorno alla sua poltrona e armati di borotalco cominciavano a cospargere le gambe, le braccia, la faccia, qualsiasi zona del corpo fosse nuda e spalmabile di quella polvere bianca e profumata. Il nonno rimaneva immobile, a metà tra il piacere, il divertimento o il gioco, e continuava a parlare indifferente al telefono per ore e ore. A distanza di anni Mariù ancora non sapeva dire con certezza se in quei momenti erano loro a giocare con lui o lui a giocare con loro.
Mariù si accende una sigaretta, come ha imparato a fare ormai da dieci anni. Il fumo è una massa densa e grigia che scende nei polmoni e si aggrappa al cervello come tutti i falsi miti, pensa sempre ad ogni tiro. Non smetterà mai di fumare, pensa ancora, come non smetterà mai di dire parolacce ogni tre per due, di masturbarsi ogni mattina, di lavarsi le mani ogni ora o di innamorarsi di una persona diversa ogni anno. Il nonno parla al telefono, quella cornetta e quel cavo da più di trent’anni sono il suo unico legame con il mondo, o comunque uno dei pochi. Mariù senza accorgersene lascia cadere un po’ di cenere per terra e il gatto subito corre ad annusare.
Ho la sensazione che questo pomeriggio passi così, almeno fin quando questa luce non smette di accecare i vetri della finestra, pensa mentre guarda suo nonno parlare al telefono come una novantenne signorina del call center.

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