“Sa,
credo che la gente una volta guardava il fuoco come oggi guarda la televisione.
E ho l’impressione che uno ha sempre bisogno, soprattutto dopo cena, di
guardare delle immagini in movimento.”
François Trauffaut nel film Effetto notte.
Davvero, deve rimanere così, tale e
quale, da scorrere velocemente con il telecomando, strisciando di canale in
canale sdraiati sul divano, passivamente pilotati in un turbine di immagini
trash e pubblicità di spazzolini e assorbenti inodore;
voglio i quiz, i
conduttori che hanno subito cicli intensivi di lampade abbronzanti, pallette,
facce con i lacrimoni, soap opere da paese in via di sviluppo, stacchetti,
talk-show simili a western, pomeriggi di discussioni su efferati delitti, urla
e tirate di capelli, voglio anziani conduttori, gaffe, vallette senza il dono
della parola e della benché minima espressione facciale, gli opinionisti
dell’ultim’ora seduti in poltrone con aria da filostar, i talent show, i programmi
di cucina, e potermi lamentare che questa televisione, cazzo, fa proprio
schifo. Perché non c’è davvero nulla di più rilassante e tale da lessarti il
cervello. Soprattutto perché la tv sembra di un’altra epoca, noi nati in quella
dei video, dei blog e di virtualità varie. E come tutte le cose di altre
epoche, o che stanno lentamente decadendo (un po’ come i libri di carta,
l’euro, Madonna e la democrazia rappresentativa), sembrano ancora più belle e
friggono come uova sulla nostra nostalgia. Il cibo di una volta, i telefoni
enormi, le Big Babol, gli aquiloni, dove sono finiti ora? E i plum-cake? E la
signora Fletcher? E Diabolik? Gli stati-nazione? Le collezioni di schede telefoniche?
I contratti di lavoro? Le lire? E Titanic? E i piatti lavati a mano?Non c’è niente di più triste che vedere
le cose cambiare, anche quando non ci vanno bene e ce ne lamentiamo dalla
mattina alla sera. È lo schiavo che ha paura di ottenere la libertà o il rapito
che s’innamora del rapitore. Nella nostra società liquida, come l’ha definita Bauman, siamo fin troppo abituati a
questi rapidi cambiamenti, al passaggio di mode, al consumo immediato del
prodotto. Quando ho letto che escono 120 libri all’ora e 2800 al giorno, sono
rimasto spiazzato dall’idea che nessuno li avrebbe mai letti tutti o che,
comunque, non avrebbero fatto cultura né creato alcun immaginario né, quindi,
lasciato alcun sentimento nostalgico al loro successivo e probabilmente
repentino sparire dagli scaffali delle librerie. Non avrebbero lasciato a
nessuno il tempo di dire: “ma ti ricordi quel bel libro…?”, che sarebbero stati
subito risucchiati nel vuoto. Non tutti, certo, ma la stragrande maggioranza
sì. Il mondo in cui viviamo non lascia il campo alla nostalgia perché non
lascia spazio all’attaccamento e rimuove quel disagio soppiantandolo con un altro
bisogno. Nietzsche, che ha fatto la sua porca figura di profeta, diceva che “solo
chi si trasforma mi è affine”. Forse avrebbe vissuto in un brodo di giuggiole
nel nostro millennio. O, forse, quella capacità di trasformarsi di cui parlava
era distante anni luce da quella di cui è capace il capitalismo cui stiamo
assistendo. Forse, è il motivo per cui
il filosofo Slavoj Žižek si arrabbia con “la sinistra tradizionale,
intellettuale, che ama la rivoluzione, ma la rivoluzione che avviene in qualche
luogo lontano”; il “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto
cambi” del Gattopardo. Io, nel
dubbio, vado a lessarmi il cervello con un po’ di tv.
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