venerdì 3 febbraio 2012

...Sembra panna, sembra neve

Oggi nevica qui a Roma. Dei bambini si sono infilati una tuta da sci e ora si lanciano palle di neve nel cortile del nostro condominio. Le piante del nostro giardino sono coperte da uno strato bianco, lungo la strada le persone si fanno le foto e si riprendono con il cellulare. Non vedono l’ora di  condividere tutto su Facebook e avere un’ennesima occasione di ricevere notifiche, mi piace e condivisioni. Il mio gatto guarda incuriosito i fiocchi di neve che vede per la prima volta nella sua vita felina. La mia vicina di casa esce a fare la spesa vestita da regina delle nevi.
Io invece non voglio mettere piede fuori casa, sentire il freddo e i fiocchi che si sciolgono sulla pelle calda. Mi aggiro per casa come un’ombra di pelle e coperte, sorseggio caffè o tè e studio per gli esami. Sembro una larva con gli occhiali che ogni tanto accarezza il gatto, prende appunti, scrive al computer, accende la tv, guarda la neve depositarsi sulle cose fuori dalla finestra, legge Platone, gli studi sull’immigrazione, e che ogni tanto va a fare pipì.
Mi ricordo che da piccolo i miei mi raccontavano di quanto fosse rara la neve a Roma. C’era quel famoso anno in cui c’era stata quella famosa nevicata in quel famoso giorno in cui la città di Roma impazzì, “e i romani sono matti, uscirono con le catene nelle ruote delle macchine, quando non c’era neanche un centimetro di neve perché non aveva attecchito. Distrussero l’asfalto e girarono per strada vestiti da astronauti per cinque giorni di fila, anche quando la neve aveva smesso e il clima era tornato meno rigido”.
Io invece mi ricordo di quando aveva nevicato, circa dieci anni fa, e io stavo facendo un compito di matematica di cui non sapevo nulla e il professore era il professore più cattivo e stronzo della scuola. Piccoli pezzetti di neve che sembravano coriandoli bianchi avevano cominciato a scendere lentamente. Tutti ci eravamo alzati dai banchi e ci eravamo appiccicati alle finestre. Mi ricordo ancora la leggera condensa che aveva appannato i vetri,  la voce stridula del professore che ci intimava di tornare a posto, il nostro entusiasmo nel vedere la neve che copriva lentamente il cortile dove di solito giocavamo a ruba bandiera o al gioco del dottore. Mi ricordo la ricreazione e la neve che si era già sciolta, e la nostra delusione: non potevamo più avere l’occasione di toccarla e di lanciarcela addosso, di assecondare quella strana attrazione infantile verso questa bianchiccia forma di precipitazione atmosferica.
Questi fiocchi di neve che scendono densi dal cielo di Roma sono inconsistenti. Provo ad allungare il braccio fuori dalla finestra: la moltitudine di minuscoli cristalli di ghiaccio che si deposita sulla mia mano si scioglie in un attimo e ritorna al suo stato liquido. È come il popolo dopo un lungo periodo di lotte ed ingiustizie, che ritorna al suo stato normale e silenzioso una volta che gli sia stato dato un leggero palliativo.
In tv tutti i servizi del caso: i paesini ricoperti di neve e senza mezzi per toglierla, i cammelli senza pelo negli zoo costretti a morirsi di freddo, le cifre inesatte e insensate dei senzatetto morti nella notte per assideramento, e la contraddizione insanabile di quegli studi televisivi super-riscaldati, il volto truccato del giornalista coll’espressione pietosa. E anche i social network hanno la loro neve: burrasche di gruppi su quanto fa freddo di qua e di là, tormente di foto sugli amici e la neve, i parenti e la neve, i fidanzati e la neve; nevicate in bassa quota di link, pagine e commenti. E la voce di mia sorella dalla cucina che vuole fare il tiramisù: “Così forte non ha mai nevicato a Roma, sta scendendo giù in maniera veramente cazzuta!”.
Il conservatorismo dei miei pensieri in questi giorni a -2 gradi mi spaventa e mi conforta.
Buonaneve a tutti, nella stagione delle piogge!

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