Oggi nevica qui a Roma. Dei bambini si sono infilati una tuta da sci e ora si lanciano palle di neve nel cortile del nostro condominio. Le piante del nostro giardino sono coperte da uno strato bianco, lungo la strada le persone si fanno le foto e si riprendono con il cellulare. Non vedono l’ora di condividere tutto su Facebook e avere un’ennesima occasione di ricevere notifiche, mi piace e condivisioni. Il mio gatto guarda incuriosito i fiocchi di neve che vede per la prima volta nella sua vita felina. La mia vicina di casa esce a fare la spesa vestita da regina delle nevi.
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venerdì 3 febbraio 2012
...Sembra panna, sembra neve
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domenica 23 ottobre 2011
La domenica, a Roma.
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È triste, è malinconica, è noiosa. La domenica a Roma è sempre uguale. È monotona e lagnosa. La vedi la mattina quando apri la finestra della tua stanza entrare pian0 piano quasi scivolando sulle pareti stinte della camera, infiltrarsi in ogni angolino, tra i vuoti dei mobili e i panni stesi nei balconi (che già dall’alba hanno risucchiato la domenica come spugne e ora sono lì affacciati e tristi, alcuni un po’ scrostati, che ti sembra che da un momento all’altro si butteranno di sotto, mettendo fine all’indecisione della loro vita di stare un po’ dentro e un po’ fuori). La riconosci quando esci, afflitto e già stanco, o comunque senza speranze, a comprare il giornale e la vedi serpeggiare nelle strade deserte e negli occhi scontrosi della gente. Gli autobus passano, ma due ogni ora, e anche nei loro occhi, nella loro quadrilatera anatomia, vedi la domenica afflosciare le sue forme. Sta nel sonnellino pomeridiano che rapisce ogni angolo della città, come un grande lenzuolo di tristezza e di noia che copre tutto e tutti. Anche i monumenti, anche le rovine, igatti, i barboni riversi per strada. Anche le panchine grigie, anche i semafori, anche i negozi con le serrande abbassate, anche le chiese con le campane che strepitano, anche i bambini che vanno a giocare al parco, le vecchie che si svegliano all’alba e vagano per le strade, anche i cinema pieni o vuoti di gente, anche nei ristoranti mezzi chiusi e mezzi aperti, anche nell’ “usciamo o non usciamo stasera?”.
È triste, è malinconica, è noiosa. La domenica a Roma è sempre uguale. È monotona e lagnosa. La vedi la mattina quando apri la finestra della tua stanza entrare pian0 piano quasi scivolando sulle pareti stinte della camera, infiltrarsi in ogni angolino, tra i vuoti dei mobili e i panni stesi nei balconi (che già dall’alba hanno risucchiato la domenica come spugne e ora sono lì affacciati e tristi, alcuni un po’ scrostati, che ti sembra che da un momento all’altro si butteranno di sotto, mettendo fine all’indecisione della loro vita di stare un po’ dentro e un po’ fuori). La riconosci quando esci, afflitto e già stanco, o comunque senza speranze, a comprare il giornale e la vedi serpeggiare nelle strade deserte e negli occhi scontrosi della gente. Gli autobus passano, ma due ogni ora, e anche nei loro occhi, nella loro quadrilatera anatomia, vedi la domenica afflosciare le sue forme. Sta nel sonnellino pomeridiano che rapisce ogni angolo della città, come un grande lenzuolo di tristezza e di noia che copre tutto e tutti. Anche i monumenti, anche le rovine, igatti, i barboni riversi per strada. Anche le panchine grigie, anche i semafori, anche i negozi con le serrande abbassate, anche le chiese con le campane che strepitano, anche i bambini che vanno a giocare al parco, le vecchie che si svegliano all’alba e vagano per le strade, anche i cinema pieni o vuoti di gente, anche nei ristoranti mezzi chiusi e mezzi aperti, anche nell’ “usciamo o non usciamo stasera?”.
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