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Mi ero messo la maglietta, la felpa e sopra la camicia perché fuori faceva freddo e io ho sempre freddo. Sveglia alle 7, esame alle 11. Fuori è ancora buio, o meglio semi-alba (quando un piccolo ditino di luce si insinua tra gli angoletti della finestra della camera). I miei pesci rossi mi guardano, immersi nella loro acqua gelida e io, ancora senza occhiali, a malapena riesco a vedere due indistinte macchioline rossastre agitarsi. Ho afferrato la scatoletta gialla e ho versato loro un po’ di quel mangime puzzolente, sottilissimo e- non si sa perché- tricolore. Ho inforcato gli occhiali e ho osservato per un po’ le loro bocche tonde e piccole risucchiare i pezzetti dell’orribile pasto.
E poi via, giù, fuori nel traffico e nel gelo.
Stropicciandomi gli occhi impiastricciati dal sonno ho inchiodato la radio nel suo apposito spazio, mi sono lasciato attorcigliare da una sciarpa grigiastra e vecchia (non si sa mai) e ho acceso la vecchia Panda, partendo alla velocità inverosimile di 30 km/h per le tranquille strade di Roma. C’era sciopero e un traffico mai visto prima, tanto che per un attimo ho pensato che nessuno ne sarebbe mai uscito vivo da quel casino. Macchine, motorini, semafori, passanti: sembrava un groviglio impazzito. L’agitazione per l’esame stava crescendo velocemente e per distrarmi ho guardato le facce delle persone dallo specchietto retrovisore. Ho scrutato di nascosto dita insinuarsi con discrezione in narici insospettabili; dalla mia piccola poltroncina calda ho osservato litigi sfrenati, donne isteriche e coi capelli arruffati, uomini sull’orlo di una crisi di nervi fumare sigari zuppi di saliva, bambini urlanti divorarsi merendine, attentare le tette di madri stremate; ho analizzato volti sformati dal sonno, vecchi, grigi, grassi, truccati e pacchiani, altri perfetti e asciutti; e se solo avessi potuto scendere dalla macchina e avvicinarmi loro scommetto che tutti i loro profumi di bucato, le loro puzze di sudore, i loro odori delicati di caffè o di fumo o di saponette marsiglia o shampoo Pantene che mi ero immaginato, sarebbero corrisposti alla perfezione.
Tra il Muro Torto e l’università ormai lo sapevo: dovevo andare con urgenza in bagno. La tensione che si era accumulata era troppa e il caffè che avevo ingurgitato in fretta stava contribuendo a rendere la situazione sempre più complicata. Ma perché ad ogni esame che faccio devo scappare in bagno appena varco la soglia dell’università? È possibile che non riesca a sostenere un esame senza dover prima lottare con carte igieniche, corse furiose al bagno e paure di essere scoperti in flagrante manco stessi rubando (e soprattutto: da chi?... e come?)?
Ho mollato la macchina sul marciapiede chiedendole quasi scusa con lo sguardo mentre la chiudevo col bottone della chiave. Dentro di me le volevo dire: “Tranquilla piccola Panda, che vai a metano e non inquini, che mi hai fatto scoprire un mondo col tuo specchietto retrovisore, ritornerò da te!”.
Come un pazzo, ricoperto da sciarpe, maglioni, borse (una contenente un pacco enorme di cracker datomi da mia madre (neanche lei sa bene il perché) e ben due bottigliette d’acqua), mentre in cielo il sole ormai era alto e faceva sempre più caldo, ho raggiunto di corsa i bagni dell’università rischiando per poco di non essere investito sulla Nomentana e completamente zuppo di sudore, mi facevo schifo da solo. Salgo al piano di sopra, nel caro vecchio bagno isolato da tutto e da tutti, con vista sul parco e rilassante veduta su Roma. Lì sì che, finalmente, mi sono rilassato.

Ma che ci nascondi che hai un blog?! L'ho scoperto per caso! E comunque le fughe ai bagni le consoco molto bene anch'io...il tuo post mi ha toccato da molto vicino! Come sai anche Lapisanplus ha un blog. Pubblicizzatevi a vicenda! E continua a scrivere!
RispondiEliminaUn abbraccio e bisous!
Silvia