Ho finito di
leggere il primo tomo de I fratelli
Karamazov. Una bella impresa, ma ce l’ho fatta. Però non sopporto leggere i
libri divisi in tomi: ti danno l’impressione di aver finito di leggere il libro
quando hai terminato già il primo tomo e, quando invece prendi in mano il
secondo, ti è già un po’ passata la voglia. Però so che questa volta non
succederà così. È un romanzo bellissimo. Una cosa emerge subito: Dostoevskij ha
così urgenza di sondare il cuore dell’uomo che mette completamente tra parentesi
l’estetica. Non gliene frega niente che il libro sia scritto bene (e, tra l’altro,
è anche scritto bene), o di infilarci qua e là similitudini brillanti o frasi
ad effetto. A lui importa di comunicare immediatamente qualcosa, è ansioso di
comunicare (probabilmente al resto dell’umanità) un messaggio essenziale.
Uomini: siete liberi e la libertà è un macigno pesantissimo.
Non ci sono
mai personaggi brutti. Sono come dei diamanti di carne: talmente sfaccettati da
andare aldilà di una inutile divisione manichea buoni o cattivi. Sono tutti
talmente complessi, talmente aggrovigliati come gomitoli, da essere
completamente reali, come se parlassero da soli. I personaggi di Dostoevskij,
nonostante occupino centinaia di pagine, sono delle condensazioni, delle istantanee
d’animo. Basta una loro parola, un loro sguardo, un loro tornare indietro nella
via, per farci aprire improvvisamente una porta nella loro anima. Ed eccoli,
tra le righe e le pagine, dispiegarsi con i loro triplici nomi impossibili: Aleksej
e Ivan Fedorovič Karamàzov, Dmitrij detto Mitja, Fedor Pavlovič, Petr
Aleksandrovič, Smerdjakov, Lisa, Agrafena Aleksandrovna, Katerina Iavanovna,
Chochaklova… Già nella difficoltà dei loro nomi si capisce che non saranno
persone banali, semplici macchiette irreali. Dentro i loro nomi già si scorge
un’irrequietezza, un’insoddisfazione, un ripiegamento. Quando leggo Dostoevskij
mi viene sempre da immaginare il suo volto nel bel mezzo della scrittura. Entro
di soppiatto nel suo studio ottocentesco; probabilmente le tende sono ancora
abbassate perché la tensione della scrittura l’ha svegliato all’alba, dopo una
notte agitata. Intinge freneticamente il pennino nel calamaio, sporcandosi le
dita. Gli occhi come sconvolti, le labbra fuori posto, le sopracciglia
corrucciate dalla tensione, piccole gocce gli imperlano la fronte. Posati sulla
grande scrivania di legno massiccio ci sono un mucchio di carte, appunti per
romanzi futuri o mai scritti, una tazza di tè del giorno prima. Sicuramente
dev’essere andata così. Io rimango ad osservarlo per un po’, seduto qualche
metro più in là, su una poltroncina rosso sbiadito e piena di polvere. Rimango
nell’ombra ad osservare il suo sforzo artistico che lo fa sudare e trattenere
il respiro. Ed ecco che Aleksej colto da un dubbio passeggia per strada, o
Raskolnikov immerso nelle sue paure dorme rannicchiato nella sua stanzetta a
San Pietroburgo.
Come sono
entrato esco piano piano: il mio passo è felpato, quasi non si sente; ma se
anche facessi rumore Fedor non mi sentirebbe, tanto è immerso nel suo delirio
narrativo. Riemergo tra le mie lenzuola, illuminato da una lampadina elettrica
di Ikea, riscaldato da un plaid, circondato da tracce postmoderne. Il libro tra
le mani, pesante e ingombrante, come quei personaggi creati dal nulla.
Ma me li
porto anche fuori casa, i Fratelli,
nascosti al sicuro dentro la mia borsa. Ivan, Aleksej e Liza mi accompagnano in
metro, aspettano con me sulle scale mobili tra centinaia di persone che mi
sfrecciano accanto. Nessuno lo sa, né il punk davanti a me né la signora che
ascolta l’ipod, ma a fianco a loro stanno rivivendo vicende ottocentesche e
drammi dimenticati e Dostoevskij chino sulla sua scrivania di legno massiccio.

... E se fossero i lettori a recensire i libri che leggono e non i critici?..
RispondiEliminaChe dire Luca?! Buona lettura!
Attendo con ansia il prossimo articolo.
Grazie Diego!!!
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